Orsodimondo's Reviews > Il grande Gatsby
Il grande Gatsby
by
by

Orsodimondo's review
bookshelves: americana
May 02, 2016
bookshelves: americana
Read 2 times. Last read May 2, 2016 to May 6, 2016.
COSÌ CONTINUIAMO A REMARE, BARCHE CONTRO LA CORRENTE, SOSPINTI SENZA POSA VERSO IL PASSATO

Romanzo che mi è parso molto, molto cinematografico (anche se non credo Fitzgerald avesse ancora incominciato a lavorare a Hollywood quando Gatsby fu pubblicato).
Ma il cinema per gli US (e per noi italiani) è la forma d’arte esportata meglio nel corso del Novecento, quella che si è diffusa di più, è diventata più famosa. Fitzgerald anche in questo seppe cogliere l’aria del tempo (e poi restare eterno come solo i classici possono).

Il primo adattamento per lo schermo apparve a un solo anno di distanza dalla prima pubblicazione, 1926, film muto, con Warner Baxter nel ruolo del titolo, Lois Wilson in Daisy, e Neil Hamilton in Nick. La regia di Herbert Brenon. Il film fu un fiasco, come tutti gli altri che seguirono nel tempo. Fitzgerald e sua moglie Zelda detestarono questo primo adattamento e uscirono dalla sala prima della fine della proiezione. Di questo film è rimasto solo il trailer, il resto si è dissolto.
Cinematografico non solo nell’attenzione alle luci: le finestre, aperte e chiuse, i controluce, i colori (il verde della luce del faro, il giallo della macchina e degli occhiali, il rosa e l’oro degli abiti di Gatsby, l’oro della ricchezza, l’azzurro dei prati, l’argento della luna�) - pure se all’epoca la pellicola era ancora in bianco e nero, la realtà ricostruita nei set era ovviamente colorata.
Squisitamente cinematografica la prima apparizione di Gatsby, in silhouette, uscito per decidere quanto gli spettasse del nostro cielo, protende il braccio verso la luce verde al di là della baia, il faro davanti alla casa di Daisy (questa luce verde ritorna più volte nel romanzo, diventa il simbolo della ricerca di Gatsby, del sogno individuale e collettivo, infatti è lo stesso verde che appare ai primi marinai che raggiunsero la costa americana, loro sì inseguirono il sogno diretti da est a ovest).
Ma, l’effettiva entrata in scena di Gatsby è articolata in un crescendo, per i primi due capitoli e metà del terzo, come l’ingresso della primadonna. Preparata dalle voci (…� parente del Kaiser� ha ucciso un uomo� è cugino di secondo grado del diavolo�), dalle chiacchiere, dai mormorii, la curiosità sale nel protagonista io narrante e nel lettore (sicuramente nel sottoscritto lettore).
E poi, colpo di genio, Gatsby all’improvviso è già in scena: niente occhio di bue, niente rullo di tamburi, accanto a Nick, il nostro Virgilio in questa divina tragedia americana, è seduto un uomo di qualche anno più grande di lui, che parla con cura e formalità, probabilmente un ex commilitone durante la Grande Guerra. Ed è proprio lui, Gatsby, il mitico grande Gatsby, colui che dispensava la luce delle stelle a falene indifferenti.

Sempre in bianco e nero, ma in sonoro, si comincia a entrare nel mito, con Alan Ladd nella parte di Gatsby, Betty Field per Daisy, e Macdonald Carey che fa Nick. Dirige Elliott Nugent. È il 1949, e anche questo film incassa male, la maledizione di Gatsby contagia lo schermo.
Esistono molti tipi di sorriso: quello di Gatsby però è unico, e FSF lo descrive a meraviglia.
Dimentica tuttavia di dirci la cosa che spiega tutto: non basta scrivere che era uno di quei rari sorrisi capaci di rassicurazione eterna, come si incontrano quattro o cinque volte nella vita - il sorriso di Gatsby era uno di quei sorrisi che ti fanno sentire importante. Prima di tutto proprio per il fatto che sia uno come Gatsby a sorriderti. Quel genere di sorriso che si accompagna quasi sempre a laconicità. Perché a quel sorriso si affida l’essenza della comunicazione.

Ed eccoci alla versione del 1974, con la star delle star, Robert Redford [che quest’anno ne fa ha 81, e quando lui non ci sarà più, per me non esisterà più neanche Hollywood], Mia Farrow, Sam Waterston, Bruce Dern, Karen Black, Lois Chiles. Firma Jack Clayton, che rifiuta la sceneggiatura di Truman Capote e opta per quella di Francis Ford Coppola. Il film finalmente incassa, ma l’alchimia Redford-Farrow è sotto zero. Clayton non raggiunge purtroppo le vette di The Innocents (in italiano: Suspense, 1961), l’adattamento di ‘Giro di vite� di Henry James.
Sempre per restare nell’ambito cinematografico, Nick, l’io narrante è al contempo regista e interprete/testimone, racconta ciò che vede, assiste e partecipa, ma anche ciò che ha sentito, ricostruendo l’intreccio per noi lettori come farebbe una voce fuori campo.
Fitzgerald glielo lascia fare in modo che la storia e il personaggio principale siano costruiti su vuoti ed ellissi, elementi strutturali quanto mai filmici � alcuni degli eventi fondamentali del romanzo non sono messi in scena, non sono rappresentati: per esempio, l’incontro tra Gatsby e Daisy, l’investimento di Myrtle, la morte di Gatsby, tutti momenti clou che rimangono per così dire ‘fuori campo�.
Nick è il punto di vista dominante, ma è qualcuno che ammette di essere allo stesso tempo dentro e fuori i fatti, è qualcuno che ci dice esplicitamente quanto il suo racconto sia in soggettiva piuttosto che oggettivo - per questo non si trattiene dal manipolare il piano temporale dei fatti, l’ordine degli eventi, spostandosi avanti e indietro nel tempo, proprio come farebbe un regista in fase di montaggio.
E proprio come un regista che interviene sulla lente e gioca con la messa a fuoco, la percezione visiva di Nick è spesso annebbiata, distorta, come sottolineano i molteplici riferimenti alla vista, allo sguardo, al punto di vista, all’illusione ottica (lo stesso passato di Gatsby riassume in sé contorni sfumati e incerti).
In contrapposizione allo sguardo del grande manifesto pubblicitario che ritorna più volte, quello del dott. J.T. Eckleburg, che dietro i giganteschi occhiali nasconde quasi sicuramente gli occhi miopi di dio (metafora della cecità eterna, la pubblicità mercifica il divino).

Questa versione nasce modesta, destinata alla tv: è il 2000, Toby Stephens interpreta Gatsby, Mira Sorvino Daisy e Paul Rudd Nick. Dirige Robert Markowitz.
Alla ricerca dell’ultima frontiera, il confine da Ovest si è spostato a Est, e in questa terra di conquista dove il sogno di felicità e redenzione è universale ed eterno, in questa vicenda semplice, per certi versi addirittura banale, eppure complessa e intricata come solo i grandi classici possono essere, in queste pagine che sono simboliche e mitiche, americane al cento per cento (Under the Red, White, and Blue sembra che fosse il titolo preferito da Fitzgerald, lo propose all’editore troppo tardi, l’opera era già in stampa) ma universali, il sogno è destinato a fallire.
Gatsby è un cavaliere medioevale senza armatura che insegue il suo sogno, il suo Santo Graal che si chiama Daisy, ma si chiama anche successo, perché senza successo Daisy non si trova, non arriva.
Il sogno americano è già marcio negli anni Venti del Novecento, quando è ambientato questo romanzo: il proibizionismo stimola e diffonde corruzione, il successo arriva in fretta con metodi spicci, non serve più il duro lavoro. Anche se si arriva in cima, ci si muove in una terra desolata come quella che circonda il drugstore del marito di Myrtle, dove la donna viene travolta e uccisa, mischiando il suo sangue alla cenere, e in ultima analisi all’immondizia.
Proprio come Lancillotto, il più celebre cavaliere medievale, Gatsby conosce l’amore sia romantico che fisico (non credo di aver mai letto una scena d’amore più erotica di quella descritta da Chrétien de Troyes tra Lancillotto e Ginevra).
On Sunday morning while church bells rang in the villages along shore the world and its mistress returned to Gatsby’s house and twinkled hilariously on his lawn.
Un esempio dell’incanto che è una grande scrittura.

Nel 2002 ci fu uno strano tentativo, Gatsby diventa nero in questo insolito remake che trasporta la storia al terzo millennio: si intitola semplicemente G, dirige Christopher Scott Cherot, e Richard T.Jones interpreta il protagonista Summer G. Esperimento curioso, ma non indimenticabile.
Nel 1922, quando iniziò a pensare al romanzo che ultimò e fu pubblicato tre anni dopo, Fitzgerald scrisse al suo editor: Voglio scrivere qualcosa di nuovo - qualcosa di straordinario, di bello e semplice e dalla struttura intricata. Parole che sono cronaca di un capolavoro annunciato.
Figlio di Henry James, o come disse T.S.Eliot, il primo passo in avanti fatto dalla narrativa americana dai tempi di Henry James, mi piace pensare che Fitzgerald battezzò la sua non eroina ispirandosi proprio alla Daisy Miller di James.
Figlio della grande tradizione, dove Nick sopravvive alla morte di Gatsby per raccontare la storia proprio come Ismael sopravvive alla tragedia di Achab, Fitzgerald seppe spostare l’asticella più in alto, più avanti.
Così in alto e così avanti che un altro sommo scrittore, J.D. Salinger, fa pronunciare al suo incomparabile personaggio, Holden, catcher in the rye, parole di lode per Fitzgerald e il suo Gatsby (Mi fa impazzire, Il Grande Gatsby. Il vecchio Gatsby. Vecchio mio. Mi fa morire, capitolo 18). E come Nick alla fine del romanzo pulisce una parola oscena scritta sui gradini della villa di Gatsby, così Holden cancella le oscenità scritte sui muri della scuola della sorellina.
A questo punto mi piace citare Calvino, le cui parole trovo particolarmente adatte a questo capolavoro: un classico è un libro che non ha mai finito di dire quel che ha da dire - Di un classico ogni rilettura è una lettura di scoperta come la prima - I classici sono libri che quanto più si crede di conoscerli per sentito dire, tanto più quando si leggono davvero si trovano nuovi, inaspettati, inediti - Un classico è un'opera che provoca incessantemente un pulviscolo di discorsi critici su di sé, ma continuamente se li scrolla di dosso�

Ed ecco l’ultima leggenda, Leonardo DiCaprio, Carey Mulligan in Daisy, e Tobey Maguire fa Nick. La regia è affidata al geniale Baz Luhrmann. Siamo nel 2013. Il risultato non è memorabile.
Tentai poi di pensare a Gatsby per un momento ma lui era già troppo lontano.
Probabilmente non avevo diciotto anni quando ho letto Fitzgerald per la prima volta. I 28 racconti. Il primo, ‘Il diamante grosso come l’Hotel Ritz�, mi fulminò e mi conquistò col suo finale: I don't know any longer. At any rate, let us love for a while, for a year or so, you and me. That's a form of divine drunkenness that we can all try. There are only diamonds in the whole world, diamonds and perhaps the shabby gift of disillusion. Well, I have that last and I will make the usual nothing of it." He shivered. "Turn up your coat collar, little girl, the night's full of chill and you'll get pneumonia. His was a great sin who first invented consciousness. Let us lose it for a few hours. Chiarendo e stabilendo per me sin da allora che l’adolescenza non è un periodo della vita, ma uno stato dell’anima.

Romanzo che mi è parso molto, molto cinematografico (anche se non credo Fitzgerald avesse ancora incominciato a lavorare a Hollywood quando Gatsby fu pubblicato).
Ma il cinema per gli US (e per noi italiani) è la forma d’arte esportata meglio nel corso del Novecento, quella che si è diffusa di più, è diventata più famosa. Fitzgerald anche in questo seppe cogliere l’aria del tempo (e poi restare eterno come solo i classici possono).

Il primo adattamento per lo schermo apparve a un solo anno di distanza dalla prima pubblicazione, 1926, film muto, con Warner Baxter nel ruolo del titolo, Lois Wilson in Daisy, e Neil Hamilton in Nick. La regia di Herbert Brenon. Il film fu un fiasco, come tutti gli altri che seguirono nel tempo. Fitzgerald e sua moglie Zelda detestarono questo primo adattamento e uscirono dalla sala prima della fine della proiezione. Di questo film è rimasto solo il trailer, il resto si è dissolto.
Cinematografico non solo nell’attenzione alle luci: le finestre, aperte e chiuse, i controluce, i colori (il verde della luce del faro, il giallo della macchina e degli occhiali, il rosa e l’oro degli abiti di Gatsby, l’oro della ricchezza, l’azzurro dei prati, l’argento della luna�) - pure se all’epoca la pellicola era ancora in bianco e nero, la realtà ricostruita nei set era ovviamente colorata.
Squisitamente cinematografica la prima apparizione di Gatsby, in silhouette, uscito per decidere quanto gli spettasse del nostro cielo, protende il braccio verso la luce verde al di là della baia, il faro davanti alla casa di Daisy (questa luce verde ritorna più volte nel romanzo, diventa il simbolo della ricerca di Gatsby, del sogno individuale e collettivo, infatti è lo stesso verde che appare ai primi marinai che raggiunsero la costa americana, loro sì inseguirono il sogno diretti da est a ovest).
Ma, l’effettiva entrata in scena di Gatsby è articolata in un crescendo, per i primi due capitoli e metà del terzo, come l’ingresso della primadonna. Preparata dalle voci (…� parente del Kaiser� ha ucciso un uomo� è cugino di secondo grado del diavolo�), dalle chiacchiere, dai mormorii, la curiosità sale nel protagonista io narrante e nel lettore (sicuramente nel sottoscritto lettore).
E poi, colpo di genio, Gatsby all’improvviso è già in scena: niente occhio di bue, niente rullo di tamburi, accanto a Nick, il nostro Virgilio in questa divina tragedia americana, è seduto un uomo di qualche anno più grande di lui, che parla con cura e formalità, probabilmente un ex commilitone durante la Grande Guerra. Ed è proprio lui, Gatsby, il mitico grande Gatsby, colui che dispensava la luce delle stelle a falene indifferenti.

Sempre in bianco e nero, ma in sonoro, si comincia a entrare nel mito, con Alan Ladd nella parte di Gatsby, Betty Field per Daisy, e Macdonald Carey che fa Nick. Dirige Elliott Nugent. È il 1949, e anche questo film incassa male, la maledizione di Gatsby contagia lo schermo.
Esistono molti tipi di sorriso: quello di Gatsby però è unico, e FSF lo descrive a meraviglia.
Dimentica tuttavia di dirci la cosa che spiega tutto: non basta scrivere che era uno di quei rari sorrisi capaci di rassicurazione eterna, come si incontrano quattro o cinque volte nella vita - il sorriso di Gatsby era uno di quei sorrisi che ti fanno sentire importante. Prima di tutto proprio per il fatto che sia uno come Gatsby a sorriderti. Quel genere di sorriso che si accompagna quasi sempre a laconicità. Perché a quel sorriso si affida l’essenza della comunicazione.

Ed eccoci alla versione del 1974, con la star delle star, Robert Redford [che quest’anno ne fa ha 81, e quando lui non ci sarà più, per me non esisterà più neanche Hollywood], Mia Farrow, Sam Waterston, Bruce Dern, Karen Black, Lois Chiles. Firma Jack Clayton, che rifiuta la sceneggiatura di Truman Capote e opta per quella di Francis Ford Coppola. Il film finalmente incassa, ma l’alchimia Redford-Farrow è sotto zero. Clayton non raggiunge purtroppo le vette di The Innocents (in italiano: Suspense, 1961), l’adattamento di ‘Giro di vite� di Henry James.
Sempre per restare nell’ambito cinematografico, Nick, l’io narrante è al contempo regista e interprete/testimone, racconta ciò che vede, assiste e partecipa, ma anche ciò che ha sentito, ricostruendo l’intreccio per noi lettori come farebbe una voce fuori campo.
Fitzgerald glielo lascia fare in modo che la storia e il personaggio principale siano costruiti su vuoti ed ellissi, elementi strutturali quanto mai filmici � alcuni degli eventi fondamentali del romanzo non sono messi in scena, non sono rappresentati: per esempio, l’incontro tra Gatsby e Daisy, l’investimento di Myrtle, la morte di Gatsby, tutti momenti clou che rimangono per così dire ‘fuori campo�.
Nick è il punto di vista dominante, ma è qualcuno che ammette di essere allo stesso tempo dentro e fuori i fatti, è qualcuno che ci dice esplicitamente quanto il suo racconto sia in soggettiva piuttosto che oggettivo - per questo non si trattiene dal manipolare il piano temporale dei fatti, l’ordine degli eventi, spostandosi avanti e indietro nel tempo, proprio come farebbe un regista in fase di montaggio.
E proprio come un regista che interviene sulla lente e gioca con la messa a fuoco, la percezione visiva di Nick è spesso annebbiata, distorta, come sottolineano i molteplici riferimenti alla vista, allo sguardo, al punto di vista, all’illusione ottica (lo stesso passato di Gatsby riassume in sé contorni sfumati e incerti).
In contrapposizione allo sguardo del grande manifesto pubblicitario che ritorna più volte, quello del dott. J.T. Eckleburg, che dietro i giganteschi occhiali nasconde quasi sicuramente gli occhi miopi di dio (metafora della cecità eterna, la pubblicità mercifica il divino).

Questa versione nasce modesta, destinata alla tv: è il 2000, Toby Stephens interpreta Gatsby, Mira Sorvino Daisy e Paul Rudd Nick. Dirige Robert Markowitz.
Alla ricerca dell’ultima frontiera, il confine da Ovest si è spostato a Est, e in questa terra di conquista dove il sogno di felicità e redenzione è universale ed eterno, in questa vicenda semplice, per certi versi addirittura banale, eppure complessa e intricata come solo i grandi classici possono essere, in queste pagine che sono simboliche e mitiche, americane al cento per cento (Under the Red, White, and Blue sembra che fosse il titolo preferito da Fitzgerald, lo propose all’editore troppo tardi, l’opera era già in stampa) ma universali, il sogno è destinato a fallire.
Gatsby è un cavaliere medioevale senza armatura che insegue il suo sogno, il suo Santo Graal che si chiama Daisy, ma si chiama anche successo, perché senza successo Daisy non si trova, non arriva.
Il sogno americano è già marcio negli anni Venti del Novecento, quando è ambientato questo romanzo: il proibizionismo stimola e diffonde corruzione, il successo arriva in fretta con metodi spicci, non serve più il duro lavoro. Anche se si arriva in cima, ci si muove in una terra desolata come quella che circonda il drugstore del marito di Myrtle, dove la donna viene travolta e uccisa, mischiando il suo sangue alla cenere, e in ultima analisi all’immondizia.
Proprio come Lancillotto, il più celebre cavaliere medievale, Gatsby conosce l’amore sia romantico che fisico (non credo di aver mai letto una scena d’amore più erotica di quella descritta da Chrétien de Troyes tra Lancillotto e Ginevra).
On Sunday morning while church bells rang in the villages along shore the world and its mistress returned to Gatsby’s house and twinkled hilariously on his lawn.
Un esempio dell’incanto che è una grande scrittura.

Nel 2002 ci fu uno strano tentativo, Gatsby diventa nero in questo insolito remake che trasporta la storia al terzo millennio: si intitola semplicemente G, dirige Christopher Scott Cherot, e Richard T.Jones interpreta il protagonista Summer G. Esperimento curioso, ma non indimenticabile.
Nel 1922, quando iniziò a pensare al romanzo che ultimò e fu pubblicato tre anni dopo, Fitzgerald scrisse al suo editor: Voglio scrivere qualcosa di nuovo - qualcosa di straordinario, di bello e semplice e dalla struttura intricata. Parole che sono cronaca di un capolavoro annunciato.
Figlio di Henry James, o come disse T.S.Eliot, il primo passo in avanti fatto dalla narrativa americana dai tempi di Henry James, mi piace pensare che Fitzgerald battezzò la sua non eroina ispirandosi proprio alla Daisy Miller di James.
Figlio della grande tradizione, dove Nick sopravvive alla morte di Gatsby per raccontare la storia proprio come Ismael sopravvive alla tragedia di Achab, Fitzgerald seppe spostare l’asticella più in alto, più avanti.
Così in alto e così avanti che un altro sommo scrittore, J.D. Salinger, fa pronunciare al suo incomparabile personaggio, Holden, catcher in the rye, parole di lode per Fitzgerald e il suo Gatsby (Mi fa impazzire, Il Grande Gatsby. Il vecchio Gatsby. Vecchio mio. Mi fa morire, capitolo 18). E come Nick alla fine del romanzo pulisce una parola oscena scritta sui gradini della villa di Gatsby, così Holden cancella le oscenità scritte sui muri della scuola della sorellina.
A questo punto mi piace citare Calvino, le cui parole trovo particolarmente adatte a questo capolavoro: un classico è un libro che non ha mai finito di dire quel che ha da dire - Di un classico ogni rilettura è una lettura di scoperta come la prima - I classici sono libri che quanto più si crede di conoscerli per sentito dire, tanto più quando si leggono davvero si trovano nuovi, inaspettati, inediti - Un classico è un'opera che provoca incessantemente un pulviscolo di discorsi critici su di sé, ma continuamente se li scrolla di dosso�

Ed ecco l’ultima leggenda, Leonardo DiCaprio, Carey Mulligan in Daisy, e Tobey Maguire fa Nick. La regia è affidata al geniale Baz Luhrmann. Siamo nel 2013. Il risultato non è memorabile.
Tentai poi di pensare a Gatsby per un momento ma lui era già troppo lontano.
Probabilmente non avevo diciotto anni quando ho letto Fitzgerald per la prima volta. I 28 racconti. Il primo, ‘Il diamante grosso come l’Hotel Ritz�, mi fulminò e mi conquistò col suo finale: I don't know any longer. At any rate, let us love for a while, for a year or so, you and me. That's a form of divine drunkenness that we can all try. There are only diamonds in the whole world, diamonds and perhaps the shabby gift of disillusion. Well, I have that last and I will make the usual nothing of it." He shivered. "Turn up your coat collar, little girl, the night's full of chill and you'll get pneumonia. His was a great sin who first invented consciousness. Let us lose it for a few hours. Chiarendo e stabilendo per me sin da allora che l’adolescenza non è un periodo della vita, ma uno stato dell’anima.

Sign into ŷ to see if any of your friends have read
Il grande Gatsby.
Sign In »
Reading Progress
Comments Showing 1-38 of 38 (38 new)
date
newest »

message 1:
by
Lu
(new)
-
rated it 4 stars
May 09, 2016 02:35PM

reply
|
flag

:-) Graziemille :-)

:-))
Libro immenso. Lo rileggerei subito se non avessi Capote che m'aspetta :-)


:-))


E' di una bellezza devastante. 😃

It depends on the browser you use: Firefox and Chrome have the translation option 😉

In quest'opera l'autore dà veramente il meglio di sé : raramente capita di leggere una scrittura così bella.

In quest'opera l'autore dà veramente il meglio di sé : raramente capita di leggere una scrittura così bella."
Grazie Emilio!

Abbi pazienza, presto vivrai negli anni 20 😉


Capolavoro tra i capolavori. Sì, grande finale.


Ce n'è talmente tanto, solo l'imbarazzo della scelta.


Tu lo dici... Lo dici tu. 🤔🤭


Gran bel commento, Angela, grazie. Mi piace molto questo passaggio: aveva bisogno di scrivere per capire la vita e come viverla.
Non posso dire come te che sia il mio scrittore preferito, ma è comunque nel mio personale olimpo.