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Cassandra a Mogadiscio
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Dagio_maya 's review
bookshelves: italiana, alfemminile, africana, real, storica, 5-stelle, non-dimentico, nonfiction
May 10, 2023
bookshelves: italiana, alfemminile, africana, real, storica, 5-stelle, non-dimentico, nonfiction
"Mi sentivo come Cassandra, la figlia di Priamo, quando vide il maledetto cavallo di legno davanti alle mura della sua città.
Il cavallo con dentro gli Achei che avrebbero distrutto Troia e la sua famiglia.
Cassandra vedeva la sciagura approssimarsi.
E anch’io vedevo la sciagura mentre roteavo la testa con Stevie Wonder che da uno stereo mi dettava il ritmo."
Non è mia abitudine assegnare stelle a racconti autobiografici e memoir.
Succede, talvolta, che prevalga l’emozione.
Vuoi per la scrittura così gradevole da sembrarti una melodia.
Vuoi per un’affinità di pensiero.
Fatto sta che “Cassandra a Mogadiscio� sia, per me, un’opera che merita di essere letta, merita di essere in lizza per il Premio Strega e, a mio parere, vincerlo perché questo libro ha sì per protagonista la famiglia Scego e la diaspora somala ma, inevitabilmente, parla di tutti noi.
L’autrice riallaccia fili della sua infanzia e di ciò che precede, ossia la storia dei suoi genitori ancor prima della fuga forzata dal regime di Siad Barre.
Questa è la storia della famiglia Scego: un padre, una madre, una figlia ed un numero indefinito di altri parenti disseminati come schegge dopo un’esplosione.
Tutti legati dal Jirro
� Jirro in somalo significa “malattia�, letteralmente è così, ogni vocabolario ti riporterà questa spiegazione. Persino Google Translate.
Ma Jirro per noi è una parola più vasta. Parla delle nostre ferite, del nostro dolore, del nostro stress postraumatico, postguerra.
Jirro è il nostro cuore spezzato. La nostra vita in equilibrio precario tra l’inferno e il presente.
Siamo esseri diasporici, sospesi nel vento, sradicati da una dittatura ventennale, da una delle più devastanti guerre avvenute sul pianeta Terra e da un grosso traffico di armi che ha seppellito le nostre ossa, e quelle dei nostri antenati, sotto un cumulo di kalashnikov che dalla Transnistria sono sbarcati direttamente al porto di Mogadiscio.
Per annientarci.�
Il racconto è ricomposto intervistando la madre e sicuramente quello della memoria è il motore attorno a cui ruotano tutte le questioni dell’essere diasporici.
La dispersione mette in risalto tutta una serie di dicotomie che cercano un equilibrio:
la lingua madre e la lingua dell’italiano colonizzatore; le ferite inferte dal crudele colonialismo italiano e la persistente negazione degli italiani di quello che è accaduto; l’essere spezzati vs il quotidiano sforzo di riorganizzarsi in cerca di un’unità.
Ci sono pagine molto dolorose come quelle che ci parlano della crudele pratica dell’infibulazione ma anche delle patologica scappatoia che una Igiaba Sciego adolescente trova per scansare il dolore di una madre lontana in mezzo alla guerra civile, la bulimia:
”Vomitando mi illudevo di poter scappare da tutto quello che mi ballava intorno.
Il vomito nasceva dalla voglia di mettere ordine in una vita che stava prendendo pieghe impreviste, quella dell’adolescente che ero quando è scoppiata la guerra.�
L’opera assume le forme di una lettera indirizzata alla nipote Soraya che vive in Canada.
Non tanto un espediente narrativo quanto un vero e proprio intento di combattere l’oblio della Storia.
Le nuove generazioni, infatti, se non aiutate nel sostenere il ricordo sono passibili della dimenticanza.
La scrittrice è al centro di una storia fra due mondi: Europa ed Africa, Italia e Somalia, Roma e Mogadiscio.
Lei nata e cresciuta (tranne un anno in Somalia) a Roma non è considerata italiana perché nera ma è chiamata “l’italiana� dai somali.
Questa lettura mi ha fatto riflettere su tante cose.
L’indignazione generale per la guerra, ieri come oggi, nasconde una miriade di tragedie private ma altrettanto drammatica è la velocità con cui assorbiamo tutto come consuetudine.
Quanto tempo è passato da quando stavamo incollati a guardare le immagini dei bombardamenti in Ucraina al momento in cui abbiamo inziato a cambiare velocemente canale in cerca di qualcosa di più leggero che non ci faccia pensare?
Lo stesso è successo a suo tempo con la guerra in Somalia.
Immagini che crediamo indelebili e poi svaniscono perchè non ci riguardano oalmeno così crediamo.
Tanto che oggi quasi nessuno conosce gli eventi e veramente in pochi sanno dell’usurpazione e delle violenze italiane nelle colonie.
E� come se ci fosse un’anestesia generale.
Bandita l’empatia.
E quando mi capita di leggere/sentire l’odio che respinge e vorrebbe annullare altri esseri umani io sento tutto il fallimento di questa umanità.
"Memoria. Sei saltata in aria su mine antiuomo. Sei stata fucilata in plotoni d’esecuzione sommari e improvvisati. Sei stata stuprata nel deserto da trafficanti ingordi di dollari. Sei stata ridotta a brandelli da autobombe esplose nella notte per conto di mafie e terrorismi. Sei stata crivellata dai kalashnikov in battaglia. E ora sei sfollata in un campo profughi gremito. E poi insultata nelle vie di un Occidente che non ti conosce né ti vuole conoscere. E così intanto evapori. Via. Lontano. Dalle menti. Dai cuori. Dalle schiene che ti sostenevano audaci e incoscienti. Recuperarti dal baratro in cui sei caduta è forse l’unica cosa che possiamo fare se vogliamo guarire davvero. Se vogliamo che il Jirro prima o poi ci lasci in pace."
Il cavallo con dentro gli Achei che avrebbero distrutto Troia e la sua famiglia.
Cassandra vedeva la sciagura approssimarsi.
E anch’io vedevo la sciagura mentre roteavo la testa con Stevie Wonder che da uno stereo mi dettava il ritmo."
Non è mia abitudine assegnare stelle a racconti autobiografici e memoir.
Succede, talvolta, che prevalga l’emozione.
Vuoi per la scrittura così gradevole da sembrarti una melodia.
Vuoi per un’affinità di pensiero.
Fatto sta che “Cassandra a Mogadiscio� sia, per me, un’opera che merita di essere letta, merita di essere in lizza per il Premio Strega e, a mio parere, vincerlo perché questo libro ha sì per protagonista la famiglia Scego e la diaspora somala ma, inevitabilmente, parla di tutti noi.
L’autrice riallaccia fili della sua infanzia e di ciò che precede, ossia la storia dei suoi genitori ancor prima della fuga forzata dal regime di Siad Barre.
Questa è la storia della famiglia Scego: un padre, una madre, una figlia ed un numero indefinito di altri parenti disseminati come schegge dopo un’esplosione.
Tutti legati dal Jirro
� Jirro in somalo significa “malattia�, letteralmente è così, ogni vocabolario ti riporterà questa spiegazione. Persino Google Translate.
Ma Jirro per noi è una parola più vasta. Parla delle nostre ferite, del nostro dolore, del nostro stress postraumatico, postguerra.
Jirro è il nostro cuore spezzato. La nostra vita in equilibrio precario tra l’inferno e il presente.
Siamo esseri diasporici, sospesi nel vento, sradicati da una dittatura ventennale, da una delle più devastanti guerre avvenute sul pianeta Terra e da un grosso traffico di armi che ha seppellito le nostre ossa, e quelle dei nostri antenati, sotto un cumulo di kalashnikov che dalla Transnistria sono sbarcati direttamente al porto di Mogadiscio.
Per annientarci.�
Il racconto è ricomposto intervistando la madre e sicuramente quello della memoria è il motore attorno a cui ruotano tutte le questioni dell’essere diasporici.
La dispersione mette in risalto tutta una serie di dicotomie che cercano un equilibrio:
la lingua madre e la lingua dell’italiano colonizzatore; le ferite inferte dal crudele colonialismo italiano e la persistente negazione degli italiani di quello che è accaduto; l’essere spezzati vs il quotidiano sforzo di riorganizzarsi in cerca di un’unità.
Ci sono pagine molto dolorose come quelle che ci parlano della crudele pratica dell’infibulazione ma anche delle patologica scappatoia che una Igiaba Sciego adolescente trova per scansare il dolore di una madre lontana in mezzo alla guerra civile, la bulimia:
”Vomitando mi illudevo di poter scappare da tutto quello che mi ballava intorno.
Il vomito nasceva dalla voglia di mettere ordine in una vita che stava prendendo pieghe impreviste, quella dell’adolescente che ero quando è scoppiata la guerra.�
L’opera assume le forme di una lettera indirizzata alla nipote Soraya che vive in Canada.
Non tanto un espediente narrativo quanto un vero e proprio intento di combattere l’oblio della Storia.
Le nuove generazioni, infatti, se non aiutate nel sostenere il ricordo sono passibili della dimenticanza.
La scrittrice è al centro di una storia fra due mondi: Europa ed Africa, Italia e Somalia, Roma e Mogadiscio.
Lei nata e cresciuta (tranne un anno in Somalia) a Roma non è considerata italiana perché nera ma è chiamata “l’italiana� dai somali.
Questa lettura mi ha fatto riflettere su tante cose.
L’indignazione generale per la guerra, ieri come oggi, nasconde una miriade di tragedie private ma altrettanto drammatica è la velocità con cui assorbiamo tutto come consuetudine.
Quanto tempo è passato da quando stavamo incollati a guardare le immagini dei bombardamenti in Ucraina al momento in cui abbiamo inziato a cambiare velocemente canale in cerca di qualcosa di più leggero che non ci faccia pensare?
Lo stesso è successo a suo tempo con la guerra in Somalia.
Immagini che crediamo indelebili e poi svaniscono perchè non ci riguardano oalmeno così crediamo.
Tanto che oggi quasi nessuno conosce gli eventi e veramente in pochi sanno dell’usurpazione e delle violenze italiane nelle colonie.
E� come se ci fosse un’anestesia generale.
Bandita l’empatia.
E quando mi capita di leggere/sentire l’odio che respinge e vorrebbe annullare altri esseri umani io sento tutto il fallimento di questa umanità.
"Memoria. Sei saltata in aria su mine antiuomo. Sei stata fucilata in plotoni d’esecuzione sommari e improvvisati. Sei stata stuprata nel deserto da trafficanti ingordi di dollari. Sei stata ridotta a brandelli da autobombe esplose nella notte per conto di mafie e terrorismi. Sei stata crivellata dai kalashnikov in battaglia. E ora sei sfollata in un campo profughi gremito. E poi insultata nelle vie di un Occidente che non ti conosce né ti vuole conoscere. E così intanto evapori. Via. Lontano. Dalle menti. Dai cuori. Dalle schiene che ti sostenevano audaci e incoscienti. Recuperarti dal baratro in cui sei caduta è forse l’unica cosa che possiamo fare se vogliamo guarire davvero. Se vogliamo che il Jirro prima o poi ci lasci in pace."
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April 29, 2023
–
Started Reading
April 29, 2023
– Shelved
April 30, 2023
–
4.0%
May 10, 2023
– Shelved as:
italiana
May 10, 2023
– Shelved as:
alfemminile
May 10, 2023
– Shelved as:
africana
May 10, 2023
– Shelved as:
real
May 10, 2023
– Shelved as:
storica
May 10, 2023
– Shelved as:
5-stelle
May 10, 2023
– Shelved as:
non-dimentico
May 10, 2023
–
Finished Reading
March 10, 2025
– Shelved as:
nonfiction